English La “realtà” della vacuità contraddistingue il Buddhismo dalle altre tradizioni religiose. Cos’è la vacuità? Cosa vuol dire che tutto è vuoto?
Il concetto di vuoto (Ku in giapponese) applicato al Buddhismo è stato a lungo oggetto di confusione in ambito occidentale poiché tacciato di nichilismo. Tuttavia il concetto della vacuità non nega l’esistenza di ciò che percepiamo, bensì la realtà come natura intrinseca dei fenomeni; questa visione errata infatti è la causa della nostra illusione e delle nostre afflizioni derivanti dal Karma.
Non possiamo dire che la realtà non esista tout court, ma possiamo affermare che la sua esistenza è condizionata, di conseguenza tutto esiste perché vi sono delle condizioni; in questo contesto quindi la condizione per affermare la realtà è quella di coglierne la sua origine dipendente (“engi” in giapponese). Per questo motivo nella visione buddhista, al contrario di altre come l’Induismo, non è contemplata l’esistenza di un‘anima eterna, poiché ciò presupporrebbe l’esistenza di un “sé” a prescindere.
All’interno del Buddhismo vi sono comunque differenti interpretazioni del concetto di vacuità (sunyata in sanscrito).
Nagarjuna, filosofo indiano del II sec d.C. fu il fondatore della scuola della Via di Mezzo (Madhyamika) ed un caposaldo della tradizione Mahayana. Altre scuole buddhiste sostenevano già la coproduzione condizionata dei fenomeni ma ritenevano vi fosse anche una realtà immediata che desse identità al fenomeno. Le scuole della “Solo mente” ritengono in effetti che sebbene il mondo esterno sia caratterizzato dalla natura vuota delle sua esistenza, il sé che percepisce il mondo ha una qualche realtà oggettiva. Questa ulteriore distinzione viene negata dalla filosofia di Nagarjuna, la quale considera vacuo sia il mondo esterno che quello interno del soggetto che percepisce il proprio ambiente.
La realtà relativa che noi percepiamo (Ke Tai in giapponese) e quella assoluta (Ku Tai) non sono però in contrapposizione, bensì le due faccie della stessa medaglia che è il Dharma stesso (Chu Tai).
I buddhisti Zen prediligono dire che la montagna è sia “montagna” (realtà relativa) che “non montagna” (realtà assoluta); nel buddhismo Nichiren per esempio questo stesso concetto è rappresentato dai caratteri Myo-Ho (mistica legge) dal titolo del Sutra del Loto Myo-Ho Renge Kyo; Myo si riferisce alla Legge, Ho alle sue manifestazioni, tuttavia sono tutt’uno.
La contemplazione della vacuità è molto utile per liberarci dagli attaccamenti alle cose, di conseguenza per liberarci dalle sofferenza derivanti dalla nostra illusione innata che ci fa vedere le cose dotate di una loro realtà intrinseca. La vacuità deve essere accompagnata dalla compassione, ossia dal desiderio di liberare gli altri dalla sofferenza. L’egocentrismo per esempio è una visione distorta della realtà, poiché presuppone l’esistenza del sé a prescindere dal proprio ambiente, di conseguenza si compiono azioni (nel significato letterale della parola sanscrita Karma) che nuocciono all’individuo stesso poiché non tengono conto degli altri. Il termine azione in questo contesto si riferisce ai pensieri, parole ed azioni concrete; quelle fatte in passato condizionano il presente, da qui le afflizioni.
La recitazione di mantra, le visualizzazioni su un unico punto, sono tutti strumenti utili, ma finchè non si percepisce la natura della Legge, non si sradica mai il seme della sofferenza. Spesso sento parlare di mantra personalizzati sull’ efficacia dei quali non voglio dubitare a priori, ma starei molto attento al possibile business dei mantra customizzati.
Lo stesso Nichiren afferma che la padronanza degli 84'000 insegnamenti di Shakyamuni non ci solleva dalle sofferenze finché non percepiamo la natura della nostra stessa vita.
In questa fase della pratica –ossia quando si arriva a contemplare la vacuità- bisogna scegliere un unico percorso. Il Dalai Lama usa una metafora in ambito educativo…prendiamo per esempio un corso universitario, i primi anni saranno di base poi si prende una specializzazione. La stessa cosa si applica al percorso buddhista. La sua pratica può integrarsi con altri percorsi religiosi fino a che non si vanno a contemplare i concetti che li differenziano sostanzialmente. In questo caso la vacuità non presuppone l’idea di un’anima universale o di un Sé che si crea da solo. Sta all'individuo scegliere la sua specializzazione.
Segnalo questo Archivio, ancora in fase di allestimento ma già utilizzabile, dove è possibile bloggare in gruppo:
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Fare un buon lavoro insieme potrebbe essere una esperienza piacevole.
A presto.
Ciao Damshig, scusa il ritardo nel risponderti...Purtroppo non riesco ad aggiornare il mio blog con costanza per motivi di lavoro, ora sono in ferie e mi ci dedico un po di più. Sono sicuro che sarà una bella esperienza di dialogo interbuddhista, che ho in parte cominciato con una donna che fa parte del tempio Fudenji del Reverendo Fausto Taiten Guareschi della scuola Soto Zen.
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