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| Roberto Minganti |
I membri della Soka Gakkai citano spesso l’espressione trasformazione del veleno in medicina quando descrivono come la loro pratica buddhista li ha resi capaci di trasformare una situazione difficile, negativa o dolorosa in qualcosa di positivo.
In origine, "cambiare il veleno in medicina" si riferisce alla trasformazione di illusioni in illuminazione. Il Trattato sulla Grande Perfezione della Saggezza, attribuito al filosofo buddhista indiano del terzo secolo Nagarjuna, paragona il Sutra del Loto ad "un grande medico che cambia il veleno in medicina". Ciò accade perché il Sutra del Loto apre la possibilità di illuminarsi alle persone la cui arroganza ed autoindulgenza aveva fatto sì che bruciassero i semi della Buddità. Nei Sutra precedenti, tali persone erano state condannate all’impossibilità di diventare Buddha.
Un’importante implicazione di questo principio, quindi, è che per tutti è possibile la redenzione.
Nel suo scritto: "Ascoltare per la prima volta gli Insegnamenti del Supremo Veicolo" Nichiren sviluppa questa idea, dichiarando che, usando il potere della Legge Mistica di Nam-myoho-renge-kyo, si possono trasformare i tre sentieri di illusioni, karma e sofferenza nelle tre virtù del Buddha, cioè il corpo del Dharma, la saggezza e l’emancipazione. Ciò può essere interpretato a significare che qualsiasi situazione sfavorevole può essere cambiata in una causa di valore. Ancor meglio, è affrontando e superando eventi dolorosi che cresciamo come esseri umani.
Il modo in cui reagiamo alle inevitabili sofferenze della vita è la chiave di tutto. Le esperienze negative e dolorose sono spesso necessarie per spronarci. Una scrittura buddhista descrive la malattia come risveglio del desiderio di ricercare la verità. Allo stesso modo, tante persone sono state ispirate ad un impegno totale verso la pace e la giustizia proprio in seguito ad esperienze di guerra ed ingiustizia.
Il processo di cambiare il veleno in medicina comincia quando affrontiamo una difficile esperienza come un’opportunità per riflettere su noi stessi e per rafforzare e sviluppare il nostro coraggio e compassione. Più riusciamo a fare questo, più diventiamo forti e saggi, realizzando uno stato vitale realmente grande.
La sofferenza può quindi servire come trampolino per un’esperienza di felicità più profonda. Secondo il punto di vista buddhista, in ogni esperienza negativa è insito nel profondo questo potenziale positivo. Se, invece, veniamo sconfitti dalla sofferenza o reagiamo ad eventi problematici in modo negativo e distruttivo, il "veleno" di prima non viene trasformato e rimane veleno.
Il Buddhismo insegna che le sofferenze derivano dal karma, le cause che noi stessi abbiamo creato. L’insegnamento buddhista del karma riguarda la responsabilità individuale. È perciò nostra responsabilità quella di trasformare le sofferenze in esperienze che creino valore.
La visione buddhista del karma non è immutabile o fatalistica, anche i disegni karmici più profondamente radicati possono essere trasformati. Accettando una situazione difficile - malattia, disoccupazione, lutto, tradimento- ed usandola come un’opportunità per approfondire il nostro senso di responsabilità personale, possiamo vincere sviluppando quel tipo di auto-consapevolezza da cui derivano i benefici.
Il Buddismo insegna che la conoscenza di sé è fondamentalmente comprendere il proprio infinito potenziale, essere capaci di forza interiore, saggezza e compassione. Questo infinito potenziale è chiamato la nostra "natura di Buddha". Il significato originario della frase "cambiare il veleno in medicina" si riferisce infatti a questo tipo di consapevolezza.
Nel capitolo del Sutra del Loto Fede e Comprensione, Subhuti ed altri dei primi discepoli del Buddha rispondono alla profezia secondo cui un altro dei discepoli, Shariputra, otterrà l’illuminazione finale. I discepoli affermano di essersi dedicati da molto tempo a diventare dei Buddha, ma che ascoltando gli insegnamenti del Sutra del Loto hanno abbandonato l’atteggiamento originario di rassegnazione e di indolenza spirituale . "Le loro menti erano spronate come raramente prima e danzavano di gioia". Nagarjuna e T'ien-t'ai (538-597) perciò paragonano il Buddha ad un ottimo medico capace di cambiare il veleno (indolenza e senso di rinuncia dei vecchi discepoli) in medicina (la sincera aspirazione verso l’illuminazione fondamentale della Buddità).
Tale insegnamento riguardo la possibilità di una profonda trasformazione fa del Buddismo una filosofia profondamente ottimistica. Questo ottimismo spinge i buddisti in una ricerca verso la trasformazione delle tendenze negative e distruttive, sia nelle loro vite sia nella società e nel mondo in generale.

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